Note10 . Baruch Spinoza: Ragione e Natura.

(1).  Dopo essersi dedicato agli studi filosofici a Lipsia ed  aver
seguito corsi di matematica a Jena, Leibniz scelse di laurearsi  in
giurisprudenza  all'Universit di Norimberga. Terminati  gli  studi
universitari  nel 1666, conobbe l'anno successivo il barone  Johann
Ch.  di Boineburg, primo consigliere dell'Elettore di Magonza,  che
lo  indusse alla politica attiva; nel 1669 scrisse una prima  opera
di  argomento  politico sull'elezione del re di Polonia,  e,  nello
stesso  periodo, lavorava a una revisione del Corpus iuris civilis,
redatto all'epoca di Giustiniano (sesto secolo).

(2).  Nel  1670  Leibniz  ripubblica l'Antibarbarus,  dell'umanista
italiano    Mario    Nizolio   (1498-1576),   e   nell'introduzione
(Dissertatio de stylo philosophico Nizolii) prende le  distanze  da
una  critica indiscriminata alla filosofia antica, differenziandosi
in  questo dai pi importanti filosofi del diciassettesimo  secolo,
da Descartes a Francis Bacon.

(3). "Non mi vergogno di affermare che nei libri di Aristotele Per
physichs  akroseos [la Fisica], ho approvato pi cose  che  nelle
Meditazioni di Cartesio, tanto sono lontano dall'essere cartesiano.
Oso,  anzi,  aggiungere  che tutti gli  otto  libri  di  Aristotele
possono  essere  accettati, pur salvando  la  filosofia  riformata.
[...]  Quelle proposizioni, infatti, che Aristotele argomenta sulla
materia,  sulla forma, sulla privazione, sulla natura,  sul  luogo,
sull'infinito, sul tempo, sul movimento e mille altre, sono certe e
dimostrate, eccettuato ci che afferma sull'impossibilit del vuoto
e del movimento nel vuoto" (Lettera a Jacob Thomasius, 20-30 aprile
1669, in G. W. Leibniz, Scritti filosofici, a cura di D. O. Bianca,
UTET, Torino, 1967, volume secondo, pagina 36).

(4).  Si tratta della Theoria motus abstracti e della Theoria motus
concreti, che costituiscono la sua Hypothesis physica nova.

(5).  A  questo  proposito  la critica di  Leibniz  a  Descartes  
esposta,  in maniera definitiva, nella Brevis demonstratio  erroris
memorabilis Cartesii del 1686, ma si trova sintetizzata  anche  nel
paragrafo diciassettesimo del Discorso di metafisica e nella  parte
secondo,  articolo 36, delle Osservazioni sulla parte generale  dei
Princpi di Cartesio.

(6).   La  polemica  con  Descartes  ha  un  rilievo  eminentemente
filosofico;  dal  punto di vista "scientifico" la  contrapposizione
perde di significato dal momento che Leibniz mette a confronto  due
"leggi"  non confrontabili. Egli infatti considera come descrittiva
dell'intero universo la legge della conservazione della quantit di
movimento,  la  cui  validit  tuttora  accettata  in  un  sistema
isolato  dal  punto di vista meccanico; lo stesso si pu  dire  per
l'energia cinetica, che dipende dal sistema di riferimento rispetto
al quale la valutiamo. In breve, sia la legge proposta da Descartes
sia  quella sostenuta da Leibniz sono "vere", ma si riferiscono  ad
aspetti  diversi  e parziali della meccanica e,  quindi,  non  sono
confrontabili - e tanto meno contrapponibili - tra loro.

(7). In una lettera del 1714 a Raymond de Montmort, Leibniz scrive:
"Quando cercai le ragioni ultime del meccanicismo e le stesse leggi
del movimento, fui sorpreso nel vedere che era impossibile trovarle
nelle matematiche, e che bisognava tornare alla metafisica" (citato
da  L.  Perissinotto,  Leibniz, in Filosofia. Storia  del  pensiero
occidentale, Curcio, Milano, 1988, volume terzo, pagina 818).

(8).  "L'irriducibilit  dell'individuo,  da  intendersi  in  senso
metafisico  e non meramente empirico, rester uno dei  cardini  del
concetto  leibniziano  di  realt"  (V.  Mathieu,  Introduzione   a
Leibniz,  Laterza,  Bari,  1991,  pagina  8).  Confronta  anche  Y.
Colombo,  Nota  introduttiva a G. W. Leibniz,  La  Monadologia,  La
Nuova Italia, Firenze, 1967 12, pagine settimo - ottavo.

(9).  "Universalit  e  conciliazione dei contrari:  tale,  secondo
Leibniz,   deve   essere  il  duplice  carattere   delle   ricerche
filosofiche. A differenza di Bacone, Cartesio e Locke, ed anche  di
Spinoza,  i  quali  intendono, ciascuno dal  suo  punto  di  vista,
restringere  i  limiti della filosofia, in quanto si propongono  di
sacrificare   l'estensione  della  conoscenza   alla   certezza   o
all'utilit  pratica, Leibniz per primo nei tempi  moderni  ritorna
all'audace definizione della filosofia gi data da Aristotele e  la
concepisce  come la scienza dei princpi primi delle cose.  Non  si
tratta  pi,  per lui, di determinare la portata e i  limiti  della
conoscenza  umana, come per Cartesio o per Locke; n di determinare
esclusivamente  le condizioni del benessere e della felicit  umana
(come  per  Bacone  o per Spinoza); egli vuole,  invece,  come  gli
antichi,  arrivare all'anyptheton [assoluto] in s" (.  Boutroux,
Introduzione a G. W. Leibniz, La Monadologia, citato, pagina 30).

(10). Leibniz scrisse le sue prime osservazioni sul Saggio di Locke
nel  1696  e le fece pervenire al filosofo inglese, nel quale  per
non   destarono  alcun  interesse  particolare.  Anche  un  secondo
tentativo,  nel  1698, di confrontarsi in un dibattito  con  Locke,
inviandogli  due  brevi saggi di riflessione sui  primi  due  libri
della  sua  opera, non ebbe alcun esito. Questi tre scritti  (Prime
considerazioni sul "Saggio sull'intelletto umano" di Locke,  Saggio
di riflessioni sul libro primo del "Saggio sull'intelletto umano" e
Estratto  di riflessioni sul libro secondo) si possono leggere,  in
traduzione italiana, in G. W. Leibniz, Scritti filosofici,  citato,
pagine  155-165). Lo scritto di Leibniz Nuovi saggi sull'intelletto
umano  dell'autore  del sistema dell'armonia prestabilita  (Noveaux
essais  sur  l'entendement par l'auteur du  systme  de  l'harmonie
prestablie), terminato nel 1704, fu pubblicato postumo nel 1765; 
possibile   leggerlo  in  italiano  in  G.  W.   Leibniz,   Scritti
filosofici, citato, volume secondo, pagine 166-672.

(11).  "Sono  sempre stato favorevole, e lo sono  ancora,  all'idea
innata  di  Dio,  che  Descartes ha  sostenuto,  e  di  conseguenza
favorevole  alle  altre idee che non potrebbero venire  dai  sensi.
[...]  Ma  per  il  momento  metter da  parte  questa  ricerca  e,
adattandomi  alle espressioni solite, dal momento  che  in  effetti
sono  buone e sostenibili e si pu, in un certo senso, dire  che  i
sensi  esterni  sono in parte causa dei nostri pensieri,  esaminer
come  si  deve dire a mio parere [...] che vi sono idee e  princpi
che non provengono affatto dai sensi, che noi troviamo in noi senza
crearli,  sebbene  i  sensi  ci diano l'occasione  di  appercepirli
[averne  una percezione consapevole]" (G. W. Leibniz, Nuovi  saggi,
primo,  1, 1, in G. W. Leibniz, Scritti filosofici, citato,  volume
secondo, pagine 195-196).

(12). Ivi, primo, 1, 5, pagina 209.

(13).  "Le massime innate si rivelano solo in forza dell'attenzione
che  ad  esse  si  porge, ma quelle persone [cio i fanciulli,  gli
idioti  e  i  selvaggi] non ne hanno affatto o la hanno  per  altre
cose.  Esse  non pensano che ai bisogni del corpo, ed  ragionevole
che  i  pensieri puri e distaccati siano il premio delle  cure  pi
nobili. E' vero che i fanciulli ed i selvaggi hanno lo spirito meno
alterato  dagli usi, ma l'hanno anche meno elevato dalla  dottrina,
che   un prodotto dell'attenzione. Sarebbe ben poco giusto che  le
luci  pi  vive  dovessero brillare di pi  negli  spiriti  che  lo
meritano  meno  e  che sono coperti dalle tenebre  pi  fitte.  Non
vorrei  che  si  rendessero  troppi  onori  all'ignoranza  ed  alla
barbarie,  quando  si   cos dotti ed abili  [...]:  sarebbe  come
disprezzare  i doni di Dio. Qualcuno potrebbe dire  che  pi  si  
ignoranti, pi ci si avvicina al vantaggio che hanno un  blocco  di
marmo o un pezzo di legno, che sono infallibili ed impeccabili. Ma,
disgraziatamente, non  in ci che ci avviciniamo ad  essi,  ed  in
quanto  siamo  capaci di conoscenza, pecchiamo  nel  trascurare  di
acquistarla, e si mancher tanto pi facilmente quanto  meno  si  
istruiti"  (ibidem, pagine 210-211). Confronta anche  .  Boutroux,
opera citata, pagine 64-70.

(14).  G.  W. Leibniz, Nuovi saggi, primo, 3, 3, in G. W.  Leibniz,
Scritti filosofici, citato, volume secondo, pagina 225.

(15). Alla polemica diretta contro lo spinozismo Leibniz dedica due
scritti  (Osservazioni sull'Ethica di Spinoza, della primavera  del
1678,  e Osservazioni sulla Kabbala e su Spinoza, del 1706) miranti
prevalentemente a sostenere la libert e la volontariet dell'agire
divino;  nel  primo  comunque  Leibniz  pone  come  preliminare  la
discussione  sul  concetto di sostanza. I due  scritti  si  possono
leggere,  in  traduzione  italiana,  in  G.  W.  Leibniz,   Scritti
filosofici,  citato, volume secondo, pagine 99-116 e  116-131.  Sul
rapporto  fra Leibniz e Spinoza si  molto discusso da parte  della
critica  filosofica:  da  un lato alcuni  hanno  sostenuto  che  il
sistema leibniziano portava verso lo spinozismo, ma che il filosofo
tedesco  si sarebbe trattenuto da percorrere quella via per restare
fedele  alla  sua vocazione di difensore della fede contro  l'empio
giudeo  scomunicato da tutte le Chiese - e questo avrebbe provocato
nel sistema di Leibniz una rete di contraddizioni e di reticenze -;
dall'altro  lato  c' chi sostiene che Leibniz  non  avesse  subto
alcuna influenza da parte di Spinoza e che la sua riflessione  del
tutto  originale.  Sicuramente Leibniz lo conobbe personalmente,  a
L'Aia,  nel  1676. Per una sintetica esposizione del  problema  del
rapporto  fra  Leibniz  e Spinoza, confronta  D.  O.  Bianca,  Nota
storica,  in  G.  W.  Leibniz, Scritti filosofici,  citato,  volume
secondo,  pagine 12-14; confronta anche . Boutroux, opera  citata,
pagina 39.

(16). Confronta Aristotele, Metaph., quarto, 7, e 2-4. Come si  sa,
per  Aristotele "l'Essere si dice in molti modi", i quali,  sebbene
si   riferiscano  analogicamente  tutti  ad  un  elemento   comune,
costituiscono differenti definizioni i cui significati non  possono
essere ridotti l'uno all'altro.

(17).  G. W. Leibniz, Verit prime (Primae veritates, 1686), in  G.
W. Leibniz, Scritti filosofici, citato, volume primo, pagina 186.

(18). Vedi volume primo, capitolo Due, 6, pagine 40-44.

(19).  Si  tratta  di  alcuni brevi saggi,  quali  il  Discorso  di
metafisica   (1686);  il  Nuovo  sistema  della  natura   e   della
comunicazione  delle sostanze (1695); Sull'origine  radicale  delle
cose (1697); Sulla natura in se stessa, ovvero sulla forza insita e
sulle azioni delle creature (1698); i Princpi della natura e della
grazia (1714).

(20).  G. W. Leibniz, La Monadologia, 2, 3, citato, pagine 134-135.
Il  termine monade (dal greco mnas, unit) per indicare l'elemento
semplice  usato per la prima volta da Leibniz nel 1697, ma era gi
comparso  nella filosofia antica (Platone, Aristotele, Agostino)  e
in  G.  Bruno,  che intitol uno dei suoi poemi latini  De  monade,
numero et figura (vedi capitolo Due, 4, pagina 51).

(21).  Lettera  ad  Antoine  Arnauld, in  G.  W.  Leibniz,  Scritti
filosofici e lettere, Laterza, Bari, 1963, pagina 57.

(22). G. W. Leibniz, Nuovi saggi, Prefazione, citato, pagina 186.

(23).  Confronta G. W. Leibniz, La Monadologia, 4-6, citato, pagine
135-136.

(24). Ivi, 7, pagina 136.

(25). "Bisogna che ogni Monade sia differente da ogni altra; perch
non  vi  sono  mai nella natura due esseri che siano  perfettamente
identici l'uno all'altro e nei quali non sia possibile trovare  una
differenza  interna"  (ivi,  9, pagina  137).  Questo  principio  
chiamato  da  Leibniz,  nella  proposizione  8  della  Monadologia,
"principio  degli  indiscernibili": due cose che non  avessero  tra
loro   altro   che  differenze  quantitative,  senza  neppure   una
differenza  qualitativa  e  interna, sarebbero  indiscernibili  per
l'intelletto e quindi formerebbero una sola e unica cosa. Cos  una
durata  vuota  di cento anni e una durata vuota di mille  anni  non
sono  che  una  sola e medesima durata, o meglio, rappresentano  il
concetto  astratto  di durata, senza alcuna determinazione  vera  e
propria. La durata non pu essere determinata che dagli avvenimenti
che  la  costituiscono. Confronta Y. Colombo in G. W.  Leibniz,  La
Monadologia, citato, pagina 139.

(26).  Confronta  ivi,  67-69,  pagina  176.  Leibniz  era  rimasto
particolarmente  colpito  (confronta ivi,  74)  dalla  scoperta  di
organismi  viventi  presenti nel liquido spermatico  ad  opera  del
naturalista olandese Antony van Leeuwenhoeck (1632-1723),  uno  dei
fondatori della microscopia.

(27). Confronta ivi, 70-71, pagina 176.

(28). Senza voler fare di Leibniz un precursore di S. Freud, si pu
tuttavia  sottolineare come - anche per lui -  nell'attivit  della
mente  umana  operi,  oltre a quello della  coscienza,  un  livello
inconscio.

(29). G. W. Leibniz, La Monadologia, 69, citato, pagina 176.

(30).  G.  W.  Leibniz, Nuovo sistema della natura, 12,  in  G.  W.
Leibniz, Scritti filosofici, citato, volume primo, pagina 195.

(31).  Leibniz  espose la sua concezione nel  Nuovo  sistema  della
natura,  pubblicato  nel "Journal des Savants",  nel  giugno-luglio
1695,  e  la  riprese nella Histoire des Ouvrages des Savants,  nel
febbraio  1696;  fu oggetto di critiche da parte  di  Pierre  Bayle
(1647-1707), alle quali Leibniz rispose con Chiarimenti nel 1695  e
nel  1698  (confronta  G.  W. Leibniz, Opere  filosofiche,  citato,
pagine  189-216).  L'esposizione  dettagliata  dell'esempio   degli
orologi si trova in una lettera del 1696 che si pu leggere  in  G.
W. Leibniz, La monadologia. Preceduta da una esposizione antologica
del  sistema  leibniziano, a cura di E. Colorni, Sansoni,  Firenze,
1935.

(32).  G. W. Leibniz, Lettera ad Arnauld, 30 aprile 1687, in G.  W.
Leibniz, Opere filosofiche, citato, volume primo, pagina 154.

(33).  "Poich per l'armonia prestabilita nulla pu variare per  un
punto  di vista senza che insieme qualcosa varii per tutti i  punti
di  vista, quello che propriamente agisce qui  il tutto del  mondo
che  agisce  su se stesso. Esteriormente questa azione si  presenta
come azione di una parte sull'altra; ma nella sua realt originaria
essa  si  fonda  sull'unit del tutto" (V. Mathieu, Introduzione  a
Leibniz, citato, pagina 35).

(34).  "Oltre al mondo, o aggregato delle cose finite, vi  un  Uno
dominante, non solo come in me l'anima, ma piuttosto come  nel  mio
corpo  lo stesso io, sebbene dotato di una ragione molto superiore.
L'Uno, infatti, che domina l'universo, non solo regge il mondo,  ma
lo  fabbrica  e  lo fa;  al di sopra del mondo e, per  cos  dire,
extramondano, ed , inoltre, la ragione ultima delle cose. Infatti,
in  nessuna delle cose singole, e neppure nella totalit  del  loro
aggregato o serie, si pu trovare la ragion sufficiente della  loro
esistenza.  [...] Le ragioni, pertanto, del mondo,  si  trovano  in
qualcosa  di  extramondano, differente dalla catena degli  stati  o
dalla  serie  delle  cose, il cui aggregato costituisce  il  mondo.
Perci  dalla necessit fisica o ipotetica, che determina  le  cose
del  mondo  in  modo  che le successive derivino dalle  precedenti,
bisogna  arrivare  a  qualcosa  che sia  di  necessit  assoluta  o
metafisica,  di  cui non si possa render ragione" (G.  W.  Leibniz,
Sull'origine  radicale delle cose [1697], in G. W.  Leibniz,  Opere
filosofiche, citato, volume primo, pagine 217-218).

(35). Vedi capitolo Cinque, 2, pagina 130.

(36). Vedi capitoloTredici, 2, pagina 372.

(37).  G. W. Leibniz, Sulla dimostrazione cartesiana dell'esistenza
di Dio, del R. P. Lamy (1701), in G. W. Leibniz, Opere filosofiche,
citato,  volume  primo,  pagine 259-260.  Si  tratta  di  un  breve
intervento  pubblicato  da  Leibniz nel "Journal  des  Savants"  in
occasione dell'uscita di un libro del padre benedettino Lamy  sulla
prova  ontologica dell'esistenza di Dio. Confronta anche  un  altro
brevissimo  scritto  di  Leibniz, risalente  al  1676,  dal  titolo
L'Essere perfettissimo esiste, in G. W. Leibniz, Opere filosofiche,
citato, volume primo, pagine 261-262.

(38).   Questo  scritto  di  Leibniz  sulla  Teodicea,  cio  sulla
"giustizia divina" (Thes, Dio e Dke, Giustizia), scritto con  una
certa fretta, come dice lo stesso autore, e in francese perch  sia
letto  da  un  maggior numero di persone (confronta G. W.  Leibniz,
Saggi   di  Teodicea,  Prefazione,  9,  in  G.  W.  Leibniz,  Opere
filosofiche,  citato, volume primo, pagina 400),  stato  concepito
come   una   difesa  dell'intero  sistema  filosofico  leibniziano,
sottoposto  a  una  serie di critiche e oggetto di  incomprensioni,
soprattutto  da  parte  di  P.  Bayle.  Nella  prima   pagina   del
manoscritto autografo si legge infatti: "Teodicea, o apologia della
nostra conoscenza degli attributi di Dio, in occasione degli ultimi
saggi  del  Sig.  Bayle (Thodice ou Apologie de nos  notions  des
Attributs  de  Dieu (qui)  l'occasion des derniers  crits  de  M.
Bayle)"  e  accanto "Teodicea, o apologia della giustizia  di  Dio,
secondo  la conoscenza che ce ne ha dato (Thodice ou Apologie  de
la  justice de Dieu par les notions qu'il nous en a donnes)".  Nel
testo a stampa scompare il termine apologia, ma rimane il carattere
apologetico dell'opera. Il razionalismo di Leibniz, a differenza di
quello  cartesiano, denuncia il proprio bisogno  di  un  fondamento
extraumano ed extramondano, di tipo etico-religioso.

(39). G. W. Leibniz, Discorso di Metafisica, tredicesimo, in G.  W.
Leibniz, Opere filosofiche, citato, volume primo, pagina 76.

(40).  Questi  problemi  sono ripresi e  sviluppati,  come  abbiamo
detto,  nei Saggi di Teodicea, del 1710. Nell'illustrare  lo  scopo
dell'opera,  Leibniz  scrive: "Vi sono due  Labirinti  famosi,  nei
quali  molto  spesso  la  nostra ragione  si  smarrisce;  il  primo
riguarda  la  celebre questione della Libert  e  della  Necessit,
grave soprattutto per il problema dell'origine del Male; l'altro si
riferisce  alle questione del continuo e degli indivisibili.  [...]
Il primo mette in imbarazzo l'intero genere umano, l'altro soltanto
i filosofi. [...] Ma se la conoscenza del continuo  importante per
la  speculazione, quella della necessit lo  per la  vita  morale,
perci  costituir l'oggetto di questo trattato, con  le  questioni
che vi sono connesse, della libert dell'uomo e della giustizia  di
Dio"  (G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, Prefazione, 2, ivi, pagine
379-380).

(41).  Sui  due princpi e sui due tipi di verit confronta  G.  W.
Leibniz, La Monadologia, 31-40, citato, pagine 150-156.

(42).  Confronta,  ad  esempio, Verit prime,  in  G.  W.  Leibniz,
Scritti  filosofici, citato, volume primo, pagine 183-184:  "Perci
il   predicato  o  conseguente,  inerisce  sempre  al  soggetto   o
antecedente; ed in ci consiste la natura della verit in generale;
ossia  la  connessione  tra i termini di  un  enunciato,  come  gi
osserv  Aristotele.  [...]  Ci  vale  per  ogni  proposizione  (o
verit)".

(43). Confronta G. W. Leibniz, Discorso di metafisica, tredicesimo,
in  G. W. Leibniz, Scritti filosofici, citato, volume primo, pagine
76-77.

(44).  G. W. Leibniz, Princpi della natura e della grazia  fondati
sulla ragione, 10, ivi, pagina 279.

(45). G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, primo, 78, ivi, pagina 503.

(46).  I. Kant, Critica della Ragione Pratica, Laterza, Bari, 1979,
pagine 118-119.

(47).  A.  Schopenhauer, Il mondo come volont e  rappresentazione,
quarto, 59, Laterza, Bari, 1979, pagina 428.

(48).Come biografia di Leibniz riportiamo una parte dell'intervento
che il filosofo tedesco H.-G. Gadamer pronunci il 1 luglio 1946
nell'aula magna dell'Universit di Lipsia, in occasione del 300
anniversario della nascita di Leibniz. Il discorso  stato
pubblicato in Germania nel 1990 e in italiano, nella traduzione di
R. Cristin, nel n. 254-255 di "aut aut", marzo-giugno 1993.
